lunedì 13 febbraio 2006

Consiglio di Stato Sezione Sesta - sentenza n. 556/2006

Consiglio di Stato Sezione Sesta

sentenza n. 556/2006

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta) ha pronunciato la seguente

DECISIONE

sul ricorso in appello proposto da S. L., rappresentata e difesa dall’avv. Luigi Ficarra e dall’avv. Corrado Mauceri, ed elettivamente domiciliata in Roma presso lo studio dell’avv. Fausto Buccellato, viale Angelico, n. 45,

contro

il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, rappresentato e difeso dalla Avvocatura generale dello Stato, presso i cui uffici è per legge domiciliato in Roma, via dei Portoghesi, n. 12,

e nei confronti

di P. B.o, in proprio e quale genitore della minore L. B., e di L. B., nella qualità di Presidente della Associazione Italiana Genitori (A.GE.), rappresentati e difesi dall’avv. prof. Franco Gaetano Scoca, ed elettivamente domiciliati presso il suo studio in Roma, via G. Paisiello, n. 55,

dell’Associazione Forum, rappresentata e difesa dall’avv. Ivone Cacciavillani, il quale agisce oltre che in qualità di presidente dell’Associazione, in proprio uti civis ex art. 86 c.p.c., e dagli avv. ti Sergio Dal Prà e Luigi Manzi, ed elettivamente domiciliata in Roma presso lo studio di quest’ultimo, in via Federico Confalonieri, n. 5,

per l'annullamento

della sentenza n. 1110 del 2005 del Tribunale Amministrativo Regionale per il Veneto, sez. III, resa inter partes.

Visto il ricorso con i relativi allegati;

Visto l'atto di costituzione in giudizio delle parti intimate;

Visti gli appelli incidentali del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, di Paolo Bonato e di Linicio Bano, e dell’Associazione Forum;

Viste le memorie prodotte dalle parti a sostegno delle rispettive difese;

Visti gli atti tutti della causa;

Alla pubblica udienza del 13 gennaio 2006, relatore il Consigliere Sabino Luce, uditi l’avv. Buccellato per delega dell’avv. Mauceri, l’Avvocato dello Stato Palatiello, l’avv. Giusti per delega dell’avv. Scoca, e l’avv. Luigi Manzi.

Ritenuto e considerato in fatto e in diritto quanto segue.

FATTO

1.- Premette la ricorrente di avere, in proprio e quale madre dei minori D. e S. A., alunni, all’epoca, della scuola media "Vittorino da Feltre" di Abano Terme, chiesto innanzi al TAR Veneto l’annullamento della deliberazione del 27 maggio 2002 del Consiglio di Istituto, nella parte in cui respinge la proposta di escludere tutte le immagini e i simboli di carattere religioso negli ambienti scolastici in ossequio al principio di laicità dello Stato, lasciandoli esposti nelle aule, sulla base dei seguenti motivi: a) violazione delprincipio dilaicità dello Stato (artt. 3 e 19 della Costituzione [1], art. 9 della Convenzione dei diritti dell’uomo, resa esecutiva in Italia con legge 4 agosto 1955, 848); b) violazione del principio di imparzialità della Amministrazione (art. 97 della Costituzione).

Il TAR Veneto, con ordinanza n. 56 del 13 novembre 2003, previa reiezione delle eccezioni pregiudiziali (il ricorso è stato proposto da un solo genitore dei minori A.; difetto di giurisdizione del giudice amministrativo; mancata notifica ad almeno uno dei controinteressati; non è stata impugnata la circolare del 3 ottobre 2002 del Ministero dell’Istruzione, con la quale è stata raccomandata l’esposizione del crocefisso a cura dei dirigenti scolastici), ha sospeso il giudizio e rimesso alla Corte Costituzionale la questione di legittimità degli artt. 159 e 190 del Testo Unico n. 297 del 16 aprile 1994, come specificati rispettivamente dall’art. 119 del r.d. 26 aprile 1928, n. 1297 (all. C) e dall’art. 118 del r.d. 30 aprile 1924, n. 965, nella parte in cui includono il crocefisso tra gli arredi delle aule scolastiche, nonché del predetto T. U. nella parte in cui conferma la vigenza delle disposizioni di cui all’art. 119 del r.d. 26 aprile 1928, n. 1297 (tab. C) e all’art. 118 del r.d. 30 aprile 1924, n. 965, in riferimento al principio di laicità dello Stato e, comunque, agli artt. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 della Costituzione.

Con ordinanza del 13 dicembre 2004, n. 389, la Corte Costituzionale ha dichiarato manifestamente inammissibile la questione di costituzionalità, sollevata dal TAR, in quanto concernente norme regolamentari (i citati artt. 118 e 119), la cui attuale vigenza il TAR erroneamente assume che si ricavi dall’art. 676 del T. U. del 1994, "perché la eventuale salvezza, ivi prevista, di norme non incluse nel testo unico, e non incompatibili con esso, può concernere solo disposizioni legislative e non disposizioni regolamentari, essendo solo le prime riunite e coordinate nel testo unico medesimo, in conformità alla delega…".

Con la sentenza, di cui viene chiesta la riforma, il TAR Veneto, previa reiezione delle eccezioni sollevate in giudizio dalla Amministrazione e dall’interveniente, ha estromesso dal giudizio la Associazione Forum e la Associazione Genitori di Padova, e ha respinto il ricorso con una motivazione che viene definita dalla appellante "del tutto originale, perché non rispecchia alcuna delle ragioni sostenute dalle parti, e comunque errata".

Con l’odierno ricorso, vengono reiterate le censure di primo grado in forma strettamente embricata con le argomentazioni del TAR, e si insiste particolarmente sulla abrogazione implicita dell’art. 118 (non 119) del r. d. 965/1924 ad opera del successivo testo unico, che ha regolato tutta la materia senza riprodurlo, e della legge n. 121/1985 di ratifica del nuovo concordato, che ha cancellato la norma che ne costituiva il fondamento, cioè l’art. 1 dello Statuto Albertino.

In ogni caso – si sostiene – l’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche è incompatibile col principio costituzionale della laicità dello Stato.

2.- Resiste il Ministero della Istruzione, dell’Università e della Istruzione, il quale sostiene l’infondatezza dell’appello, e propone comunque ricorso incidentale condizionato avverso le statuizioni della sentenza, con le quali: a) è stata riconosciuta la giurisdizione del giudice amministrativo; b) è stato dichiarato ammissibile il ricorso, nonostante la mancata notifica ad almeno un controinteressato, e nonostante la ricorrente, in proprio, non fosse componente della vita scolastica, ed avesse proposto l’impugnativa quale genitrice dei due minori, senza il manifesto accordo del padre (che pure partecipò alla riunione del Consiglio di Classe), che è esercente la potestà; c) non è stato considerato che la mancata impugnativa dell’art. 118 del r.d. n. 965/1924 farebbe in ogni caso sopravvivere la contestata deliberazione del Consiglio di Istituto.

Si sono anche costituiti P. B., in proprio e quale genitore della minore L. B., e L. B., in qualità di Presidente dell’A.GE. (Associazione Italiana Genitori) di Padova, intervenuta in giudizio, i quali chiedono la riforma della sentenza impugnata nella parte in cui statuisce l’estromissione dal giudizio della A. GE. e ritiene ammissibile il ricorso, sebbene non notificato ad almeno un controinteressato.

Si è altresì costituita l’Associazione Forum, la quale chiede, con l’appello incidentale proposto, la reiezione del gravame e la riforma della sentenza nella parte in cui dichiara inammissibile il suo intervento, e non declina a favore del giudice ordinario la giurisdizione in un giudizio che ha per oggetto un diritto fondamentale della personalità. L’eccezione, come precisato in memoria, viene sviluppata in ricorso senza pervenire alla conclusione in calce allo stesso che l’impugnativa debba essere dichiarata inammissibile per difetto di giurisdizione del giudice amministrativo. Per questo, si rimanda alla formale proposizione (in forma condizionata) della medesima eccezione da parte della Avvocatura dello Stato, e si invita la Sezione a pronunciarsi "anche ufficiosamente".

3.- Il ricorso è stato trattenuto in decisione all’udienza del 13 gennaio 2006.

DIRITTO

1.- Il giudizio verte sulla legittimità della deliberazione del Consiglio di Istituto della scuola media statale "Vittorino da Feltre" di Abano Terme, con la quale è stata respinta la richiesta della ricorrente di rimuovere il crocefisso dalle aule scolastiche. Il TAR Veneto, con la sentenza appellata, ha respinto il ricorso, dichiarandolo infondato, dopo avere estromesso dal giudizio le due associazioni (A.GE. e Forum) che erano intervenute ad opponendum.

2.- Il Collegio deve darsi carico delle questioni preliminari che sono state sollevate dalle parti o sono rilevabili di ufficio.

In primo luogo, va verificato se sia ammissibile l’impugnativa proposta dalla sola ricorrente, quale esercente la potestà sui minori D. e S. A., senza la partecipazione dell’altro genitore.

In proposito, il Collegio rileva che il ricorso risulta proposto da uno solo dei due genitori, esercenti la potestà sui minori, a tutela di scelte educative che ciascun genitore può assumere, senza la necessità di un intervento dell’altro genitore. Proprio per la diretta inerenza del ricorso a scelte educative, non si configurano, infatti, gli estremi della straordinaria amministrazione, rispetto alla quale l’art.320 c.c. richiede l’azione congiunta di entrambi i genitori (cfr. Tar Calabria, sez. Reggio Calabria, 13 dicembre 1984, n. 287; Tar Abruzzo, sez. Pescara, 10 maggio 1984, n. 157).

In secondo luogo, deve essere affermata la giurisdizione del giudice amministrativo rispetto alla controversia in esame. La giurisdizione del giudice amministrativo è stata posta in discussione, nel corso del giudizio, dalla Amministrazione appellata e da una delle Associazioni intervenute (ed estromesse dal giudice di primo grado), le quali hanno sostenuto che la controversia avrebbe per oggetto la tutela di un diritto di libertà, diritto soggettivo perfetto, di competenza del giudice ordinario. Anche l’appellante ha richiamato questa qualificazione per la sua posizione soggettiva, pur concludendo a favore della giurisdizione amministrativa, perché il ricorso era stato proposto prima della sentenza n. 204/2004 della Corte Costituzionale (che ha ridimensionato la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo in materia di pubblici servizi), e, in base all’art. 5 c.p.c., la sentenza della Corte non priverebbe di giurisdizione il giudice adito ritualmente alla stregua delle leggi in vigore al momento della proposizione del ricorso.

Il Collegio rileva che rispetto a situazioni di interesse che sono in relazione con diritti fondamentali della persona, come per esempio il diritto alla salute (che è stato oggetto di maggiore elaborazione giurisprudenziale), non si può e non si deve escludere a priori la sussistenza della giurisdizione amministrativa.

Quando la vertenza ha come oggetto la contestazione della legittimità dell’esercizio del potere amministrativo, ossia quando l’atto amministrativo sia assunto nel giudizio non come fatto materiale o come semplice espressione di una condotta illecita, ma sia considerato nel ricorso quale attuazione illegittima di un potere amministrativo, di cui si chiede l’annullamento, la posizione del cittadino si concreta come posizione di interesse legittimo.

Queste considerazioni sono state fatte proprie da tempo sia dalla giurisprudenza amministrativa che dalla Corte regolatrice della giurisdizione. Si veda, per esempio, Cass. sez. un. civ. 15 ottobre 1998, n. 10186, che, nel giudizio proposto a tutela del diritto alla salute in relazione a immissioni sonore prodotte da un’attività autorizzata dall’amministrazione, ha affermato la giurisdizione del giudice ordinario "poiché l’azione … non investe nessun provvedimento amministrativo". Le Sezioni unite ribadiscono che la circostanza che il cittadino agisca lamentando la violazione della legge da parte dell’amministrazione - e nel caso in esame l’azione era proposta a tutela di un diritto fondamentale – non è discriminante ai fini della giurisdizione, risultando invece decisiva la circostanza che l’azione sia diretta (o meno) contro un provvedimento amministrativo. Questa conclusione è coerente con la giurisprudenza costante dei giudici amministrativi che riconoscono la giurisdizione amministrativa per vertenze, come quelle in tema di impianti per lo smaltimento dei rifiuti, o di altre opere rilevanti per la salubrità dell’ambiente, rispetto ai quali venga contestata la legittimità dei provvedimenti autorizzatori. La circostanza che in questi casi i ricorrenti facciano valere la possibilità di un pregiudizio alla salute non toglie nulla alla configurabilità di una posizione di interesse legittimo, e, conseguentemente, della giurisdizione amministrativa.

Va osservato, inoltre, che la concezione dei diritti "perfetti" o "non degradabili" è stata elaborata per riconoscere ulteriori possibilità di tutela per il cittadino, non certo per escludere forme di tutela preesistenti. Di conseguenza da tale concezione non si può desumere alcuna riduzione della legittimazione a ricorrere avanti al giudice amministrativo.

Deve essere tenuto presente, ancora, che in discussione sono atti riconducibili all’espressione di una potestà regolamentare dell’Amministrazione, potestà quindi tipicamente discrezionale. Rispetto a potestà del genere, la Corte regolatrice della giurisdizione, di recente, ha confermato che la tutela è devoluta al giudice amministrativo, anche se la controversia inerisca al diritto alla salute (Cass. Sez. un. 28.10.2005, n. 20994).

Risulta, pertanto, assorbita ogni questione relativa alla interpretazione dell’art. 5 c.p.c., di cui l’appellante propone una lettura difforme dagli orientamenti maggioritari della giurisprudenza sia civile che amministrativa.

In terzo luogo, va esaminata l’eccezione di inammissibilità del ricorso (già disattesa dal primo giudice) per essere stata omessa la notifica ad almeno uno dei controinteressati.

L’eccezione risulta infondata, perché dal tenore dell’atto impugnato non sono identificabili controinteressati in senso proprio.

In quarto luogo, diversamente da quanto statuito dal giudice di primo grado, devono ritenersi ammissibili gli interventi in giudizio proposti dalle due associazioni, Forum ed A. GE.

Non è dubbio che le due Associazioni, con il loro intervento, hanno manifestato un interesse simmetrico a quello della ricorrente, e, pertanto, ugualmente meritevole di essere fatto valere in giudizio. Un tale interesse è titolo sufficiente per intervenire in giudizio, senza la necessità di ulteriori specificazioni. L’utilità che può derivare alle due associazioni intervenute dalla conservazione dell’atto impugnato non è certamente di ordine patrimoniale, ma è parimenti di assoluto rilievo giuridico, perché è riconducibile al medesimo ordine di interessi, anche se di segno contrario, fatti valere dalla ricorrente.

Da ultimo, non può essere condivisa l’eccezione di inammissibilità formulata dalla difesa della Amministrazione, per il fatto che non sarebbe stato impugnato ritualmente l’art. 118 r.d. n. 965/1924, dal quale deriverebbe l’obbligo di esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche.

È sufficiente osservare che dal tenore del ricorso si coglie immediatamente come la contestazione sia proposta anche nei confronti della citata norma regolamentare, la cui impugnazione non richiedeva, d’altronde, formule sacramentali.

3.- Passando al merito, il ricorso è infondato.

L’appellante in via prioritaria reitera il rilievo, disatteso dal TAR, della abrogazione implicita della norma dell’art. 118 r. d. 1924 n. 965 (ritiene di non doversi parlare dell’art. 119 del r. d. n. 1297/1928 in quanto si riferisce alla scuola elementare, mentre i figli minori frequentano la scuola media), non essendo essa stata "riprodotta" dal t. u. del 1994, disciplinante l’intera materia, ed essendo altresì venuto meno il principio di confessionalità, sancito dall’art. 1 dello Statuto Albertino, che ne rappresentava il fondamento, in quanto tale norma statutaria non è stata ripresa dalla legge n. 121/1985 di attuazione dell’accordo di Villa Madama, diversamente da quanto avvenne con la legge 810 del 1929 di attuazione del Trattato del Laterano.

Circa la prima considerazione dell’appellante, vale quanto statuito dalla Corte Costituzionale sul carattere regolamentare della norma di cui all’art. 118 r. d. 1924 n. 965, che, come tale, non può ritenersi assorbita dal t. u. 1994 (giacché se tale fosse stata, la Corte non avrebbe potuto esimersi dal giudicare della sua legittimità), e neppure abrogata (e la stessa Corte nella sua ordinanza non ne ha mai messo in discussione la vigenza).

Quanto alla seconda considerazione, non pare corretto porre il principio di confessionalità dello Stato a fondamento della norma regolamentare in questione (sicché venuto meno quello sarebbe venuta meno la ragion d’essere di questa). È ben vero infatti che nel 1924, allorché la norma fu emanata vigeva in Italia lo Statuto Albertino, il cui art. 1 proclamava la religione cattolica, apostolica e romana come "la sola religione dello Stato" (gli altri culti essendo tollerati conformemente alle leggi); ma è altrettanto vero che tale norma non impedì minimamente al legislatore, nel corso di vari decenni, di adottare in molteplici settori della vita dello Stato una normativa contraria agli interessi della confessione cattolica, ed in dottrina ad alcuni autori, anche assai qualificati, di ascriverela Chiesa cattolica fra le associazioni illecite.

Il problema della vigenza dell’art. 118 r. d. 1924 n. 965 non può pertanto essere adeguatamente risolto attraverso la mancata menzione nell’accordo di Villa Madama di un principio (quello della confessionalità dello Stato), richiamato nel trattato del Laterano nel 1929 (vale a dire cinque anni dopo l’emanazione della norma stessa), ma va affrontato attraverso la verifica della compatibilità di quanto da esso disposto con i principi oggi ispiranti l’ordinamento costituzionale dello Stato, ed in particolare con il principio di laicità, invocato dalla stessa appellante.

Al riguardo, più volte la Corte costituzionale ha riconosciuto nella laicità un principio supremo del nostro ordinamento costituzionale, idoneo a risolvere talune questioni di legittimità costituzionale (ad esempio, tra le tante pronunce, quelle riguardanti norme sull’obbligatorietà dell’insegnamento religioso nella scuola, o sulla competenza giurisdizionale per le cause concernenti la validità del vincolo matrimoniale contratto canonicamente e trascritto nei registri dello stato civile).

Trattasi di un principio non proclamato expressis verbis dalla nostra Carta fondamentale; un principio che, ricco di assonanze ideologiche e di una storia controversa, assume però rilevanza giuridica potendo evincersi dalle norme fondamentali del nostro ordinamento. In realtà la Corte lo trae specificamente dagli artt. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 Cost.

Il principio utilizza un simbolo linguistico ("laicità") che indica in forma abbreviata profili significativi di quanto disposto dalle anzidette norme, i cui contenuti individuano le condizioni di uso secondo le quali esso va inteso ed opera. D’altra parte, senza l’individuazione di tali specifiche condizioni d’uso, il principio di "laicità" resterebbe confinato nelle dispute ideologiche e sarebbe difficilmente utilizzabile in sede giuridica.

In questa sede, le condizioni di uso vanno certo determinate con riferimento alla tradizione culturale, ai costumi di vita, di ciascun popolo, in quanto però tale tradizione e tali costumi si siano riversati nei loro ordinamenti giuridici. E questi mutano da nazione a nazione.

Così non v’è dubbio che in un modo vada inteso ed opera quel principio nell’ordinamento inglese, laico, benché strettamente avvinto alla chiesa anglicana, nel quale è consentito al legislatore secolare dettare norme in materie interne alla chiesa stessa (esempio relativamente recente è dato dalla legge sul sacerdozio femminile); in altro modo nell’ordinamento francese, per il quale la laicità, costituzionalmente sancita (art. 2 Cost. del 1958), rappresenta una finalità che lo Stato potrà perseguire, e di fatto ha perseguito, anche con mortificazione dell’autonomia organizzativa delle confessioni (lois Combes) e della libera espressione individuale della fede religiosa (legge sull’ostensione dei simboli religiosi); in altro modo ancora nell’ordinamento federale degli Stati Uniti d’America, nel quale la pur rigorosa separazione fra lo Stato e le confessioni religiose, imposta dal I emendamento alla Costituzione federale, non impedisce un diffuso pietismo nella società civile, ispirato alla tradizione religiosa dei Padri pellegrini, che si esplica in molteplici forme anche istituzionali (da un’esplicita attestazione di fede religiosa contenuta nella carta moneta - in God we trust -, al largo sostegno tributario assicurato agli aiuti economici elargiti alle strutture confessionali ed alle loro attività assistenziali, sociali, educative, nell’orizzonte liberal privatistico tipico della società americana); in altro modo, infine, nell’ordinamento italiano, in cui quel simbolo linguistico serve ad indicare reciproca autonomia fra ordine temporale e ordine spirituale e conseguente interdizione per lo Stato di entrare nelle faccende interne delle confessioni religiose (artt. 7 e 8 Cost.); tutela dei diritti fondamentali della persona (art. 2), indipendentemente da quanto disposto dalla religione di appartenenza; uguaglianza giuridica fra tutti i cittadini, irrilevante essendo a tal fine la loro diversa fede religiosa (art. 3); rispetto della libertà delle confessioni di organizzarsi autonomamente secondo i propri statuti purché non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano (art. 8, 2° co.), e per tutti, e non solo per i cittadini, tutela della libertà in materia religiosa, e cioè di credere, non credere, di manifestare in pubblico o in privato la loro fede, di esercitarne il culto (art. 19); divieto, infine, di discriminare gli enti confessionali a motivo della loro ecclesiasticità e del fine di religione o di culto perseguito (art. 20). Dalle norme costituzionali italiane richiamate dalla Corte per delineare la laicità propria dello Stato si evince, inoltre, un atteggiamento di favore nei confronti del fenomeno religioso e delle confessioni che lo propugnano, avendo la Costituzione posto rilevanti limiti alla libera esplicazione della attività legislativa dello Stato in materia di rapporti con le confessioni religiose; attività che potrà praticarsi ordinariamente soltanto in forma concordata sia con la religione di maggioranza sia con le altre confessioni religiose (art. 7, 2° co., e art. 8, 3° co.).

Ne deriva che la laicità, benché presupponga e richieda ovunque la distinzione fra la dimensione temporale e la dimensione spirituale e fra gli ordini e le società cui tali dimensioni sono proprie, non si realizza in termini costanti nel tempo e uniformi nei diversi Paesi, ma, pur all’interno di una medesima "civiltà", è relativa alla specifica organizzazione istituzionale di ciascuno Stato, e quindi essenzialmente storica, legata com’è al divenire di questa organizzazione (in modo diverso, ad esempio, dovendo essere intesa la laicità in Italia con riferimento allo Stato risorgimentale, ove, nonostante la confessionalità di principio dello stesso, proclamata dallo Statuto fondamentale del Regno, furono consentite discriminazioni restrittive in danno degli enti ecclesiastici, e con riferimento allo Stato odierno, sorto dalla Costituzione repubblicana, ed ormai non più confessionale, ove però quelle discriminazioni non potrebbero aversi).

Quale poi dei sistemi giuridici ora ricordati, o di altri ancora qui non considerati, sia meglio rispondente ad un’idea astratta di laicità, che alla fine coincide con quella che ciascuno trova più consona con i suoi postulati ideologici, è questione antica; una questione che però va lasciata alle dispute dottrinarie.

In questa sede giurisdizionale, per il problema innanzi ad essa sollevato della legittimità della esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche, disposto dalle autorità competenti in esecuzione di norme regolamentari, si tratta in concreto e più semplicemente di verificare se tale imposizione sia lesiva dei contenuti delle norme fondamentali del nostro ordinamento costituzionale, che danno forma e sostanza al principio di "laicità" che connota oggi lo Stato italiano, ed al quale ha fatto più volte riferimento il supremo giudice delle leggi.

È evidente che il crocifisso è esso stesso un simbolo che può assumere diversi significati e servire per intenti diversi; innanzitutto per il luogo ove è posto.

In un luogo di culto il crocifisso è propriamente ed esclusivamente un "simbolo religioso", in quanto mira a sollecitare l’adesione riverente verso il fondatore della religione cristiana.

In una sede non religiosa, come la scuola, destinata all’educazione dei giovani, il crocifisso potrà ancora rivestire per i credenti i suaccennati valori religiosi, ma per credenti e non credenti la sua esposizione sarà giustificata ed assumerà un significato non discriminatorio sotto il profilo religioso, se esso è in grado di rappresentare e di richiamare in forma sintetica immediatamente percepibile ed intuibile (al pari di ogni simbolo) valori civilmente rilevanti, e segnatamente quei valori che soggiacciono ed ispirano il nostro ordine costituzionale, fondamento del nostro convivere civile. In tal senso il crocifisso potrà svolgere, anche in un orizzonte "laico", diverso da quello religioso che gli è proprio, una funzione simbolica altamente educativa, a prescindere dalla religione professata dagli alunni.

Ora è evidente che in Italia, il crocifisso è atto ad esprimere, appunto in chiave simbolica ma in modo adeguato, l’origine religiosa dei valori di tolleranza, di rispetto reciproco, di valorizzazione della persona, di affermazione dei suoi diritti, di riguardo alla sua libertà, di autonomia della coscienza morale nei confronti dell’autorità, di solidarietà umana, di rifiuto di ogni discriminazione, che connotano la civiltà italiana.

Questi valori, che hanno impregnato di sé tradizioni, modo di vivere, cultura del popolo italiano, soggiacciono ed emergono dalle norme fondamentali della nostra Carta costituzionale, accolte tra i "Principi fondamentali" e la Parte I della stessa, e, specificamente, da quelle richiamate dalla Corte costituzionale, delineanti la laicità propria dello Stato italiano.

Il richiamo, attraverso il crocifisso, dell’origine religiosa di tali valori e della loro piena e radicale consonanza con gli insegnamenti cristiani, serve dunque a porre in evidenza la loro trascendente fondazione, senza mettere in discussione, anzi ribadendo, l’autonomia (non la contrapposizione, sottesa a una interpretazione ideologica della laicità che non trova riscontro alcuno nella nostra Carta fondamentale) dell’ordine temporale rispetto all’ordine spirituale, e senza sminuire la loro specifica "laicità", confacente al contesto culturale fatto proprio e manifestato dall’ordinamento fondamentale dello Stato italiano. Essi, pertanto, andranno vissuti nella società civile in modo autonomo (di fatto non contraddittorio) rispetto alla società religiosa, sicché possono essere "laicamente" sanciti per tutti, indipendentemente dall’appartenenza alla religione che li ha ispirati e propugnati.

Come ad ogni simbolo, anche al crocifisso possono essere imposti o attribuiti significati diversi e contrastanti, oppure ne può venire negato il valore simbolico per trasformarlo in suppellettile, che può al massimo presentare un valore artistico. Non si può però pensare al crocifisso esposto nelle aule scolastiche come ad una suppellettile, oggetto di arredo, e neppure come ad un oggetto di culto; si deve pensare piuttosto come ad un simbolo idoneo ad esprimere l’elevato fondamento dei valori civili sopra richiamati, che sono poi i valori che delineano la laicità nell’attuale ordinamento dello Stato.

Nel contesto culturale italiano, appare difficile trovare un altro simbolo, in verità, che si presti, più di esso, a farlo; e l’appellante del resto auspica (e rivendica) una parete bianca, la sola che alla stessa appare particolarmente consona con il valore della laicità dello Stato.

La decisione delle autorità scolastiche, in esecuzione di norme regolamentari, di esporre il crocifisso nelle aule scolastiche, non appare pertanto censurabile con riferimento al principio di laicità proprio dello Stato italiano.

La pretesa che lo Stato si astenga dal presentare e propugnare in un luogo educativo, attraverso un simbolo (il crocifisso), reputato idoneo allo scopo, i valori certamente laici, quantunque di origine religiosa, di cui è pervasa la società italiana e che connotano la sua Carta fondamentale, può semmai essere sostenuta nelle sedi (politiche, culturali) giudicate più appropriate, ma non in quella giurisdizionale.

In questa sede non può, quindi, trovare accoglimento la richiesta dell’appellante che lo Stato e i suoi organi si astengano dal fare ricorso agli strumenti educativi considerati più efficaci per esprimere i valori su cui lo Stato stesso si fonda e che lo connotano, raccolti ed espressi dalla Carta costituzionale, quando il ricorso a tali strumenti non solo non lede alcuno dei principi custoditi dalla medesima Costituzione o altre norme del suo ordinamento giuridico, ma mira ad affermarli in un modo che sottolinea il loro alto significato.

In conclusione, va respinto l’appello principale, e vanno accolti gli appelli incidentali delle associazioni A. GE. e Forum nella parte in cui reclamano l’ammissibilità del loro intervento in giudizio .

Le spese e gli onorari di giudizio possono essere compensati.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione Sesta, ammette l’intervento in giudizio delle Associazioni A. GE. e Forum, e respinge il ricorso in epigrafe. Compensa le spese.

Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'Autorità amministrativa.

Così deciso in Roma, il 13 gennaio 2006

Depositata in Segreteria il 13 febbraio 2006


mercoledì 17 novembre 2004

Il Crocifisso può restare nelle aule scolastiche? (Orazio Auriemma)

Si torna a parlare del Crocifisso a scuola. La Corte Costituzionale ha posto all' ordine
del giorno questo tema sul quale è stata chiamata ad esprimersi dal TAR del Veneto con
sentenza del 13 novembre 2003 depositata il 14 gennaio 2004.
Sarà dunque la Corte a decidere se il Crocifisso possa rimanere nelle aule oppure debba
essere rimosso dalle pareti scolastiche o, come alcuni sostengono, possa comparire
accanto ad altri simboli religiosi e culturali secondo le autonome decisioni delle scuole. Le
attese probabilmente si concentrano intorno a queste tre soluzioni.
Per evidenti ragioni di opportunità, tra le quali la principale è il doveroso rispetto del lavoro
della Consulta, mi propongo di portare l' attenzione su alcuni argomenti del ricco e
articolato discorso che le sentenze giudiziarie hanno sviluppato occupandosi di temi
concernenti la religione cattolica e il Crocifisso. Aggiungerò qualche riflessione finale sul
merito della tematica; spero mi verrà perdonato se in tal modo sconfinerò sul terreno delle
conclusioni di spettanza della Corte.
Il primo argomento si riferisce all' atteggiamento che la Corte assumerà nei confronti
della natura giuridica degli atti normativi che hanno disposto nel tempo circa l' affissione
del Crocifisso nelle scuole. E' noto infatti che la sentenza del TAR del Veneto li considera
atti regolamentari assorbiti negli articoli 159 e 160 del D.Lgs. 16 aprile 1994, n. 297 (Testo
unico delle leggi sulla scuola), che sono atti legislativi, mentre la maggioranza delle
sentenze li include tra gli atti di normativa secondaria. E' noto altresì che i regolamenti, pur
essendo spesso compresi tra le norme secondarie, sono stati riguardati dalla stessa
Corte secondo la funzione da essi operata nei confronti delle leggi, delle quali in taluni casi
costituiscono la specificazione e il completamento (cfr. sentenza 1104/1988). L'
ammissione dello scrutinio di costituzionalità dei regolamenti da parte della Corte ha finora
avuto tale presupposto. In ogni caso la competenza a decidere della Corte sulle norme
evocate e la relativa motivazione sembrano precedere ogni ulteriore esame della materia
sottoposta al suo giudizio.
Il secondo argomento riguarda l' ampliamento delle norme che hanno previsto l'
affissione del Crocifisso nelle aule scolastiche. Le sentenze emesse nei diversi livelli
decisionali sono concordi nel ritenere che le disposizioni sull' affissione del Crocifisso nelle
scuole non siano state estese alle scuole materne, recentemente denominate scuole dell'
infanzia e un tempo chiamate asili infantili prima di divenire scuole del grado preparatorio.
Anche la sentenza del giudice designato del Tribunale dell' Aquila, emessa a seguito di
ricorso il 22 ottobre 2003, ha confermato questa constatazione, che cioè la normativa
concernente le scuole per l' infanzia non contiene disposizioni circa l' affissione del
Crocifisso nelle aule. Sembra dunque opportuno ricordare il "R.D. 4 gennaio 1914 n. 27
che approva le istruzioni, i programmi e gli orari per gli asili infantili". Annesse al decreto,
oltre ai "Programmi", alle "Istruzioni per la compilazione della carta biografica", alla scheda
dell' alunno, alle disposizioni sui "locali per gli asili infantili", si trovano le pagine
concernenti "Arredamento e materiale didattico per gli asili infantili". Nel paragrafo
"Arredamento" si reperiscono le disposizioni che interessano il nostro tema: "Nell' aula: 1.
Crocifisso. 2. Ritratto del Re: 3. Tavolo....".
Il terzo argomento è più che altro una riflessione sul rapporto posto dalle sentenze
tra le norme sul Crocifisso, la legge Casati (L 13 novembre 1859, n. 3725) e lo Statuto
Albertino ("Statuto del Regno di Sardegna" promulgato a Torino il 4 marzo 1848). Si
constata nelle sentenze la presenza di una lettura che rileva la dipendenza diretta delle
norme sul Crocifisso appunto dalla legge Casati e sopratutto dallo Statuto. Tale
ragionamento porta a concludere che, non essendo più vigente l' art. 1 dello Statuto in
forza dell' Accordo del 1984 tra lo Stato e la Chiesa (vedasi in specifico il Protocollo
addizionale, art.1), anche le norme sul Crocifisso non sono più vigenti perchè è venuto
meno il presupposto statutario (successivamente ripetuto nell' art.1 del Concordato del
1929) che considerava la religione cattolica come la religione dello Stato e che costituiva il
fondamento giuridico di quelle norme. Su questo modo di articolare il ragionamento e di
trarre le conclusioni esprimo sommessamente qualche perplessità. Non mi sembra cioè
che il percorso logico mediante il quale, così ragionando, si sottopongono le norme all'
esame giudiziario consenta di comprenderne i rapporti gerarchici e di coglierne appieno il
valore giuridico. In specifico interessa invece che sia agevolata la comprensione nostra e
dell' organo giudicante se una norma sia primaria o secondaria, se sia un regolamento
delegato o esecutivo, se sia un regolamento che attua una o più funzioni di
completamento della norma primaria ecc. Cerco di spiegarmi esemplificando per mezzo
delle stesse norme che prescrivono la presenza del Crocifisso nelle aule scolastiche.
La norma che dispone la presenza del Crocifisso nelle scuole dell' infanzia (R.D.
27/1914) cita nel preambolo la legge Casati. Era ancora in uso a quel tempo ricordare nel
preambolo delle leggi e dei regi decreti la legge-madre sulla scuola, pur essendo
intervenute tali modifiche legislative da rendere ardua l' insistenza su questa ascendenza.
Nel caso specifico poi occorre rilevare che nè la legge Casati nè i Regolamenti di
attuazione (i quattro Regolamenti portano le date del 15, 19, 22 settembre e 20 ottobre
1860 e interessano nell' ordine: l' istruzione elementare, tecnica, secondaria ed
universitaria) si sono occupati di asili infantili. In realtà il decreto 27/1914 risulta applicativo
dell' art. 337 del R.D. 6 febbraio 1908, n. 150 (regolamento di esecuzione, per la scuola
elementare, dell' art. 30 della legge 8 luglio 1904, n. 407, nota come legge Orlando).
Poichè si presenta come un regolamento ministeriale esecutivo del regolamento esecutivo
della legge Orlando, sembra avere le caratteristiche di una norma secondaria. Si potrebbe
tuttavia ipotizzare che l' art. 30 della L 407/1904 abbia avuto il suo reale completamento
per mezzo del regolamento 27/1914 tramite il disposto dell' art. 337 del Regolamento
150/1908. Non sembra comunque ammissibile la fuga all' indietro -rispetto alla
correlazione logica oltre che fattuale delle norme anzidette- andando ad ipotizzare una
qualche relazione con l' art. 140 del Regolamento per l' istruzione elementare (R.D. 15
settembre 1860, n. 4336), perchè questo Regolamento non riguarda la scuola per l'
infanzia.
L' art. 118 del R.D. 30 aprile 1924, n. 965, prescrive l' esposizione del Crocifisso
nelle aule delle scuole medie (inferiori e superiori). E' importante ripercorrere il contesto
normativo entro il quale questo decreto si situa per cercare di capire se si tratti di una
norma avente forza di legge oppure di una norma secondaria. Il decreto fa parte dell'
insieme normativo noto come la riforma Gentile della scuola.
Il filosofo Giovanni Gentile è stato ministro dell' istruzione nel primo Governo Mussolini dal
1922 al giugno1924; è stato quindi sostituito nell' ambito dei rimaneggiamenti governativi
seguiti al delitto Matteotti (10.6.1924). Formalmente costituito il 31.10.1922 il primo
governo Mussolini, nel quale sono presenti ministri e sottosegretari giolittiani, popolari,
nazionalisti, e di altre estrazioni politiche, accanto ai fascisti, è stato seguito nel mese di
giugno1924 dal secondo governo Mussolini dopo l' espletamento, nell' aprile dello stesso
anno, delle elezioni politiche. Ricevuto il placet del Re (30.10.1922) e del Parlamento
(16-18.11.1922), ottiene con la legge 3 dicembre 1922, n. 1601, la "Delegazione di pieni
poteri .......per il riordinamento del sistema tributario e della pubblica amministrazione". La
legge-delega prevede che: "Art.1. Per.....riorganizzare i pubblici uffici ed istituti, renderne
più agili le funzioni e diminuire le spese, il Governo del Re ha, fino al 31 dicembre 1923,
facoltà di emanare disposizioni aventi vigore di legge. Art. 2. Entro il mese di marzo 1924 il
Governo del Re darà conto al Parlamento dell' uso delle facoltà conferite dalla presente
legge".
Il primo decreto di riforma della scuola media (con questa terminologia veniva designata la
scuola media inferiore e superiore) è il R.D. 6 maggio 1923, n. 1054 "riguardante il nuovo
ordinamento dell' istruzione media"; ad esso seguono il R.D. 2345/1923, "che approva gli
orari e i programmi d' esame per i regi istituti medi d' istruzione" e il R.D. 965/1924,
"regolamento unico sull' ordinamento interno....dei regi istituti medi d' istruzione". Senza
addentrarci neppure per un attimo sui contenuti della riforma gentiliana della scuola media,
perchè non è questa la sede adatta, preme sottolineare due aspetti giuridici importanti che
accomunano questi decreti: la legge-delega 1601/1922 li considera "norme aventi vigore di
legge" , norme cioè che all' epoca erano chiamate leggi delegate ed anche, come le
chiamiamo oggi, decreti legislativi; si tratta di norme ad una ad una correlate con la leggedelega
e non subordinate fra loro. In particolare il R.D. 965/1924, in quanto regolamento
unico che detta norme sull' "ordinamento interno.... dei Regi istituti di istruzione media",
può essere considerato un regolamento delegato, un decreto legislativo, cioè, con
funzione di regolamento. L' art. 140 del Regolamento per l' istruzione elementare (R.D.
4336/1860) non può essere considerato un precedente normativo dell' art. 118 del R.D.
965/1924 perchè non si riferisce alla scuola media.
La tabella C del R.D. 26 aprile 1928, n. 1297, alla quale fa rinvio l' art. 119 dello
stesso regio decreto, dispone che in ciascuna delle cinque classi della scuola elementare
sia affisso il Crocifisso quale parte integrante dell' Arredamento delle aule. Sulla stessa
materia e per lo stesso ordine di scuole gli antecedenti si trovano nel R.D. 4336/1860 e nel
R.D. 150/1908, così come discusso e valutato in alcune sentenze. Per la precisione si
annota che la tabella C anzidetta, per la prima volta nella storia di questa specifica
legislazione, non menziona tra gli arredi il ritratto del Re, che solitamente compariva,
appunto tra gli arredi, subito dopo il Crocifisso.
Per comprendere il valore della norma è conveniente situarla nel contesto normativo di
riferimento. Il R.D. 1297 è il regolamento generale per la scuola elementare. E' successivo
al T.U. emanato con R.D. 5 febbraio 1928, n. 577 e intitolato "Approvazione del testo unico
delle leggi e delle norme giuridiche emanate in virtù dell'art. 1, n. 3, della legge 31 gennaio
1926, n. 100, sull'istruzione elementare, post-elementare e sulle opere di integrazione". Il
T.U. ha coordinato e integrato tutti i decreti fino ad allora promulgati per il settore della
scuola elementare, corrispondendo al nuovo disegno assegnato a questo ordine
scolastico dalla riforma Gentile. A mero titolo esemplificativo ricordiamo alcune
disposizioni aventi vigore di legge, che erano state emanate nell' ambito della riforma e
che sono state successivamente integrate nel testo unico del 1928: R.D. 374/1923 col
quale venivano soppressi i Provveditorati provinciali; R.D. 2185/1923 che disponeva il
nuovo ordinamento dei gradi scolastici e i programmi didattici; R.D. 3106/1923
concernente l' obbligo scolastico. Sono decreti delegati applicativi della citata legge-delega
1601/1922.
Come si evince dal titolo il testo unico 577/1928 è un decreto legislativo, cioè una norma
delegata dalla legge 100/1926. Il regolamento generale del 1928 per la scuola elementare
sembra rientrare invece nella categoria dei regolamenti di esecuzione. Se ne ricava infatti
l' impressione che sia stato concepito per facilitare l' applicazione dei principi legislativi
contenuti nel testo unico. Non è semplice tuttavia classificarlo tra le norme di rango
primario o secondario. Se infatti nel preambolo è citato anzitutto il testo unico 577/1928, il
valore giuridico del decreto non resta limitato a questo rapporto, che ne evidenzierebbe il
valore di norma gerarchicamente subordinata molto probabilmente di rango secondario. A
complicare la lettura del preambolo si pongono: il richiamo alla legge-delega 100/1926; l'
acquisizione del parere del Consiglio di Stato; e infine il concerto avvenuto col ministro per
le finanze. Il richiamo alla legge-delega e l' inclusione del concerto interministeriale orienta
a considerarlo un decreto delegato, per la cui attuazione il Governo è tenuto ad attenersi a
quanto previsto dall' ultimo capoverso dell' art. 1 della legge: "Resta ferma la necessità
dell' approvazione, con la legge del bilancio, delle spese relative". Infine il conforto del
parere del Consiglio di Stato sembra porlo sullo stesso livello di un testo unico. Per questi
motivi anche il R.D. 1297/1928 potrebbe essere incluso fra le norme aventi forza di legge,
alla stregua di un decreto delegato.
La circolare del ministero della pubblica istruzione 19 ottobre 1967, n. 367, non
fornisce una motivazione giuridica specifica per l' affissione del Crocifisso nelle scuole
elementari e medie; allorchè cita gli articoli 120 e 121 del R. D. 1297/28 lo fa unicamente
per intestare ai Comuni il compito di fornire gli arredi (tra i quali il Crocifisso).
Successivamente alla modifica del Concordato del 1929 fra la Chiesa cattolica e lo Stato
avvenuta il 18 febbraio 1984 e poi ratificata con L 25 marzo 1985, n. 121, a seguito della
quale la religione cattolica cessa di essere la religione dello Stato, le circolari ministeriali
(CM 9.6.1988, n. 157; Nota 3 ottobre 2002, prot. 2667; Direttiva 3 ottobre 2002, prot.
2666) si uniformano al parere del Consiglio di Stato n. 63, reso in data 27 aprile 1988. Il
parere dichiara la vigenza delle norme sul Crocifisso sopra ricordate con esclusione di
quella relativa alla scuola materna perchè non citata.
Quarto argomento: la riflessione che ho svolto sulle norme che prescrivono la
presenza del Crocifisso nelle aule scolastiche mi conduce a formulare l' ipotesi che esse
abbiano vigore di leggi. Può creare qualche imbarazzo constatare che i ricordati regi
decreti del 1924 e del 1928 siano nati in condizioni di delega molto ampia, data ad un
Governo approvato inizialmente con la formula della coalizione tra partiti politici e
successivamente scivolato (dagli inizi del 1925) nel regime fascista vero e proprio. Sul
piano giuridico tuttavia le leggi-delega del 1922 e del 1926 dispiegano i loro effetti
nonostante le inquietudini dell' epoca e i giudizi storici sul periodo. Non è diversa del resto
la realtà giuridica, solitamente non investigata, nella quale era nata la legge Casati.
Questa legge fu promulgata come ordine del Re, sentiti il Consiglio dei Ministri e il ministro
proponente della pubblica istruzione, il conte Gabrio Casati, a seguito della legge-delega
25 aprile 1859, n. 3345, recante il titolo "Pieni poteri concessi a S.M. il Re durante la
guerra coll' Impero d' Austria". Per le sue intrinseche caratteristiche si può meglio
considerare come un decreto legislativo, pur prendendo atto che fu stampata come legge
e che la giurisprudenza l' ha sempre trattata come la legge fondamentale sulla scuola del
nascente Regno d' Italia (l' estensione della legge al nuovo Regno avvenne in
conseguenza dell' applicazione graduale nei primi anni del Regno dei quattro regolamenti
di applicazione).
La decretazione sull' affissione del Crocifisso nelle aule scolastiche, ogni volta emanata a
distanza di tanti anni dalla precedente, è stata giudicata dalle sentenze specifiche come
una sorta di continuità della supremazia della religione cattolica per il motivo della vigenza
dello Statuto Albertino. Questa valutazione presuppone l' esclusiva identità fra Crocifisso
e religione cattolica nel Regno d' Italia e dà per scontata una verità, indimostrata, che la
religione cattolica abbia avuto costantemente forte incidenza nella scuola come
insegnamento. In realtà la costante incidenza dell' educazione cattolica nella scuola non
appare dai Programmi scolastici, neppure da quelli per la scuola elementare, la scuola del
popolo per antonomasia; si può dire invece che ne sia mancata persino la presenza in
certi periodi della storia scolastica ottocentesca e successiva fino all' avvento del fascismo
(1). E' stato Giovanni Gentile a reintrodurre l' educazione cattolica nella scuola elementare,
attribuendole particolare peso e importanza sulla base delle sue idee filosofiche (2).
Il Crocifisso, di fronte al prevalere di teorie filosofiche avverse all' educazione cattolica
nella scuola nel periodo della Sinistra Storica e poi durante il periodo giolittiano, potrebbe
aver subito in taluni casi le conseguenze negative di essere il simbolo religioso per
eccellenza del Cristianesimo. Ma, in mancanza di una documentata storia della "fortuna"
del Crocifisso nelle scuole sopratutto durante l' ultimo ventennio dell' ottocento e fino all'
avvento della riforma Gentile, considero improbabile che sia stato staccato dalle pareti
delle aule per compiacere le idee positivistiche, herbartiane e laiche in genere che hanno
ispirato in quel lungo periodo i Programmi didattici della scuola elementare. Non penso
tuttavia che la permanenza del Crocifisso negli asili infantili e nelle scuole elementari -cioè
nelle strutture educative (gli asili per l' infanzia) e scolastiche (le scuole elementari)
interessate dalla legislazione sul Crocifisso prima del fascismo- possa essere meramente
ascritta all' esecuzione delle disposizioni normative. Mi sembra più ragionevole supporre
che, appeso al muro dell' aula scolastica per decisione lontana presa forse sulla base di
una certa interpretazione della norma statutaria o del Regolamento per la scuola
elementare del 1860 o del regio decreto vigente o della semplice tradizione locale, vi sia
rimasto perchè, se fosse venuto in mente a qualcuno di staccarlo in ossequio alle
suggestioni filosofiche ispiratrici dei programmi didattici, ne sarebbe stato impedito dalla
consapevolezza di ferire un sentimento diffuso, religioso e culturale insieme,
profondamente radicato nell' animo popolare italiano. Questo sentimento era presente
allora e continua ad esserlo ancora oggi (3).
In presenza o in assenza dello Statuto Albertino e poi del Concordato lateranense, il
Crocifisso ha rappresentato e continua a rappresentare un simbolo, un valore, nel quale
riconoscersi. E' un simbolo complesso: è religioso e culturale insieme, vale a dire è un
simbolo religioso che permea la cultura popolare anche oltre il suo significato religioso,
coinvolgendo in questa comunanza valoriale anche tante persone che la fede cristiana
non hanno. In questo senso non può essere sostenuta l' esclusiva identità fra Crocifisso e
religione cattolica.
Relativamente alla vigenza delle norme sul Crocifisso dopo la modifica apportata dalla
L 121/1985 al Concordato fra lo Stato e la Chiesa cattolica dell' 11.2.1929 e, per
assimilazione, all' art. 1 dello Statuto Albertino, e cioè dopo l' abrogazione della norma che
disponeva essere la religione cattolica la religione dello Stato, esprimo l' opinione che sia
tuttora condivisibile il parere 63/1988 del Consiglio di Stato. Mi sembra cioè ancor oggi
evidente che "la Croce, a parte il significato per i credenti, rappresenta un simbolo della
civiltà e della cultura cristiana, della sua radice storica come valore universale,
indipendente da specifica confessione religiosa". Su questa base si fonda l' interpretazione
che le norme sul Crocifisso nelle scuole non risultano abrogate a seguito dell' abrogazione
della norma concordataria sulla religione di Stato. Il simbolo culturale di origini religiose,
per quanto tuttora esistente nella sua funzione religiosa, per la sua riconosciuta valenza
culturale non è riducibile unicamente a simbolo religioso. La caducità delle norme sul
Crocifisso sostenuta assimilando il Crocifisso alla religione cattolica non appare quindi
condivisibile. Il simbolo religioso assurto a simbolo culturale per la stragrande
maggioranza del popolo può dunque rimanere sulle pareti delle scuole, non potendosi
sancire l' abrogazione di norme relative ad un simbolo culturale per il motivo che la
religione cattolica non è più la religione dello Stato.
Non sembra dunque condivisibile che il Crocifisso, simbolo religioso per i credenti e
simbolo culturalmente accettato dal popolo italiano, possa confliggere col "supremo
principio di laicità dello stato, che induce a preservare lo spazio 'pubblico' della formazione
e della decisione dalla presenza, e quindi dal messaggio sia pure a livello subliminale, di
immagini simboliche di una sola religione (come, in generale, di una sola delle altre
condizioni non discriminabili, di cui all'art. 3 Cost.), ad esclusione delle altre" (Corte di
Cassazione, sentenza 439/2000). Parimenti risulta unilaterale la lettura della presenza del
Crocifisso nelle aule contenuta nella sentenza 22.10.2003 del Tribunale dell' Aquila: " La
presenza del crocifisso nelle aule scolastiche... impone.. un’istruzione religiosa che diviene
obbligatoria per tutti, poiché non è consentito non avvalersene, connotando così in
maniera confessionale la struttura pubblica 'scuola' e ridimensionandone fortemente
l’immagine pluralista". Se infatti i valori essenziali della nostra cultura sono rappresentati
da un simbolo religioso e culturale insieme, quasi da tutti condiviso, da chi crede e da molti
non credenti, rinunciare a questo simbolo significherebbe sacrificare aspetti essenziali
della propria identità culturale. In nome del principio di laicità dello Stato non è ammissibile
la rimozione dalle aule del Crocifisso, simbolo che fa parte intrinseca della nostra cultura e
che per tradizione e per legge ha sempre trovato posto sulle pareti delle scuole.
La presenza del Crocifisso nelle scuole costituisce l' espressione di una condivisione
culturale che comprende tra l' altro il valore universale della pace, il principio della
solidarietà, della dedizione, dell' abnegazione, il rispetto per la persona umana, l'
accettazione delle diversità religiose e culturali. Le norme sul Crocifisso tuttora vigenti ne
prescrivono l' affissione nelle scuole. In questo simbolo religioso/culturale il popolo italiano
riconosce i valori essenziali della propria identità culturale e intende trasmetterli alle nuove
generazioni.
L'educazione religiosa è un' altra cosa. Essa è disciplinata dalle norme che specificamente
la riguardano.

Orazio Auriemma



1 - I Programmi Gabelli del 1888, emanati con R.D. 25.9.1888, n. 5724, per quanto attiene all' insegnamento della
religione cattolica rinviano al Regolamento unico per l' istruzione elementare dato con R.D. 16.2.1888, n. 5292 (gli
articoli 1 e 2 di questo decreto mantengono sul tema dell' insegnamento di religione quella formula ambigua che ormai
era invalsa dalla legge Coppino del 1877 in poi), ma non ne trattano. I Programmi Baccelli del 1894, emanati con R.D.
29.11.1894, n. 525, non contengono l' insegnamento della religione cattolica. I Programmi Orestano del 1904, emanati
con R.D. 25.1.1905, n. 45, non contengono l' insegnamento della religione cattolica.
2 - R.D. 1.10.1923, n. 2185, "Ordinamento dei gradi scolastici e dei programmi didattici dell' istruzione elementare"
(cfr. in particolare l' art. 3: "A fondamento e coronamento della istruzione elementare in ogni suo grado è posto l'
insegnamento della dottrina cristiana secondo la forma ricevuta nella tradizione cattolica").
3 - cfr. i dati sul sacro in : S.Abruzzese, Il posto del Sacro, MILANO, 2000; CESNUR 2000 in Enciclopedia delle
religioni in Italia, Elledici, Leumann (Torino).


BIBLIOGRAFIA
Oltre alle citazioni contenute nel testo si segnalano:
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Corte Costituzionale, sentenza 327/2002.
Corte Costituzionale, sentenza 1104/1988.
Corte Costituzionale, sentenza 13/1991.
Corte Costituzionale, sentenza 203/1989.
Corte Costituzionale, sentenza 290/1992.
Corte Costituzionale, sentenza 508/2000.
D'Alessio Francesco, Istituzioni di diritto amministrativo, Torino, 1932-1934.
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